È la Vienna cosmopolita di Sigmund Freud lo sfondo in cui Stefan Zweig (1881-1942) ambienta la sua novella intitolata Angst – Paura: piccola/grande opera all’insegna d’una narrativa intesa ad esplorare i territori umbratili dell’inconscio e a misurarsi con il perturbante delle ambivalenze psichiche e delle contraddittorie spinte emozionali che la letteratura degli scrittori mitteleuropei più o meno legati alla finis austriae (al crepuscolo dell’impero asburgico) – da Hofmannsthal a Musil, da Doderer a Roth – così bene ha saputo profondamente e audacemente scandagliare.
La protagonista del racconto è una bella e ricca viennese.
Moglie di un noto avvocato e mamma di due bambini, Irene in segreto vive però un’esistenza parallela. La signora infatti trascorre parte del suo tempo con un amante. E ogniqualvolta lascia la casa del giovanotto, un’inquietudine la turba all’improvviso, temendo Irene di essere riconosciuta e di perdere l’agiatezza del proprio status d’irreprensibile sposa e madre, ovvero “il suo quieto universo borghese”. Ma un giorno quella fantasmatica paura si concretizza, incarnandosi in una ricattatrice che finirà per far precipitare la protagonista in un’angoscia apparentemente senza scampo.
Questa l’esile trama di una narrazione pur vigorosa (grazie all’avvincente maestria fabulatoria del suo autore: autentico anatomista dell’anima), tutta giocata sulla suspense e sull’introspezione psicologica.
Questo il succo d’una vicenda all’apparenza ordinaria che – prendendo le mosse da un “adulterio non voluto”, in cui l’antieroina di Zweig finisce per incappare causa la noia del suo fin troppo collaudato menage matrimoniale – si muta ben presto nella cronaca straordinaria di un profondo straniamento, al quale non può fare a meno di essere partecipe il lettore.
Così, ciò che più importa in Paura non è tanto la scontata e un po’ banale storia di corna, quanto semmai la messa in crisi – a inizio secolo XX – di un io/soggetto che, ai contemporanei del dottor Freud, non appare più monolite unitario ma friabile e mutabile mosaico di tessere, spesso incoerenti.
Zweig con la prima moglie Friederike von Winternitz |
29 dicembre 2011 | Di Francesco Roat |
Irene Wagner, bella viennese della migliore borghesia e moglie di un noto penalista, sta scendendo rapida le scale di una casa non sua dopo aver fatto visita all'amante, un giovane pianista. Ma lì, su un pianerottolo, il fato la attende sotto le spoglie di una sordida ricattatrice. Quella donna sa tutto di lei. E Irene cede, e paga. Ma da quel momento comincia l'incubo: le richieste di denaro aumentano vertiginosamente, e lo sguardo indagatore del marito, l'avvocato Wagner, ormai la atterrisce - certo sospetta qualcosa, forse ha subodorato l'inganno. E quello che le ha fatto notare un giorno, en passant, raccontandole delle sue esperienze professionali è terribilmente vero: spesso il colpevole soffre più per la paura di essere scoperto, per l'ansia di dover nascondere il delitto, che non per il terrore del castigo; la pena, anzi, è catartica. Che fosse un tacito invito alla confessione? Maestro della suspense, Zweig pedina l'adultera, tormentata dalla ricattatrice non meno che da se stessa e divisa fra angoscia e rimorso; ne mette a nudo la psicologia, ne dipinge gli incubi, ne svela le riflessioni, tra passi falsi, decisioni sempre rinviate e scene isteriche all'amante, a torto ritenuto complice della ricattatrice: sino al coup de théâtre finale...
Hai domande, dubbi, proposte? Vuoi uno spiegone?
Scrivi alla redazione!
Per poter aggiungere un prodotto al carrello devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.
Per poter aggiungere un prodotto alla lista dei desideri devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.
Il Prodotto è stato aggiunto al carrello correttamente
Il Prodotto è stato aggiunto alla WishList correttamente